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RUPERT




data di uscita: 1 giugno 2003

prodotto da Regina Mab / CoSoRu

Cd

IL BENE

BILLIE

RUPERT

MINIFAX

EDEN BREAKFAST PARTY

SORNÀTORELFOLZ (MUSICA PER IL TEATRO ATTO 1)

MAITRÉ A PENSER

IL DUE

RADIO MOSCA TRASMETTE CLASSICA

STATO ESTATICO CATARTICO

OUZO (MUSICA PER IL TEATRO ATTO 2)

RECENSIONI

Beautiful freaks

“Rupert” (2003)

Talento chitarristico fuori dal comune, liriche ricercate (a volte forse un po’ troppo) e ben inserite nel contesto sonoro, amore e passione per il rock statunitense ma anche per l’italico cantautorato ed ecco i Regina Mab - fatina di Shakespeariana memoria che saltellando sui nasi di chi dorme li aiuta a sognare – che ci accompagnano in una dimensione onirico/sonora coinvolgente grazie alle doti dei cinque ragazzi di Verona che tra mille sfumature allineano undici brani di grande interesse. Sicuramente la band ancora non è arrivata a trovare la piena maturità compositiva, penalizzata in questo anche dall’autoproduzione “domestica”, ma quanto finora realizzato non può che lasciarci delle ottime aspettative per il domani. (a.p.)


GenerazioneX

“Rupert” (2003)

E’ molto originale questo lavoro dei Regina Mab. Un disco che si muove lungo 11 tracce di puro eclettismo e camaleontica composizione sonora.

Un rock che oserei definire “malato”, nel suo spaziare da momenti estremamente trascinanti a momenti più riflessivi e cadenzati al limite della poesia.

Penso al rock trascinante del ritornello de “Il bene” e subito dopo al ritmo melodico e ossessivo di “Billie”, un brano ipnotico dalle vaghe sonorità anni ’70 (soprattutto nell’incedere delle chitarre di sfondo): è un brano che slegandosi completamente per ritmi e contenuti dal precedente, attesta la capacità dei Regina Mab di imporre un proprio marchio e una propria personalità, sfumandola musicalmente in varie direzioni.

Mi colpisce molto “Il due”, un brano crepuscolare che partito in sordina finisce per esplodere nel finale. Regala attimi di forte intensità soprattutto nel mezzo, quando vi è un repentino cambio di tempo che rende l’intero brano molto fresco e geniale (soprattutto con l’inserimento della tromba di Giordano Sartoretti).

Ipnotici sono anche “Maitre a penser” e “Radio Mosca trasmette classica”, dove la musica appare sempre più completa, possente e protagonista assoluta. Questi due brani mettono luce sulla questione dei versi: i testi composti per questo disco sono molto introspettivi, poetici e certe frasi restano impresse dopo l’ascolto (“Per non avere niente da credere, ho creduto a tutto. Che ci posso fare?”).

Una cosa che va notata nei brani di questo “Rupert” è l’importanza data dai Regina Mab ad ogni singolo strumento. Le chitarre non sono binarie, la batteria non picchia pesante, la tromba non sbuca mai fuori posto: ogni strumento ha la sua rotta ed è nell’insieme, nella coesione e nell’emozione che riescono a sprigionare che il suono viene composto e presentato. Così siamo di fronte a un lavoro che diventa completo, energico, emozionante e molto eterogeneo.

Il brano che dà il titolo all’album (“Rupert”) è sulla falsariga di “Billie” con chitarre graffianti e violente, guidate dalla voce di Franco.

Il vocalist non ha particolari apici ma il suo modo di cantare è perfettamente sposato ai brani, le sue interpretazioni non sono mai fuori posto e questo attesta una grande sintonia con i suoi compagni (cosa ovviamente positiva) e il suo calarsi alla perfezione nell’atmosfera così eterogenea dei brani. Vi sono anche due pezzi strumentali, entrambi delicati con l’intrecciarsi delle chitarre e delle dolci percussioni (“Sornatorelfolz”).

“Rupert” è un disco che consiglio a chi dal rock, si aspetta le sfaccettature più varie senza discriminazioni di ogni genere; sempre nell’interesse di generare un’emozione e una riflessione. Un disco molto bello che trova il suo punto di forza nell’eclettismo di questa band, che mi auguro possa crescere ulteriormente nel tempo.


Mescalina

“Rupert” (2003)

Sono passati soltanto quattro anni dall’esordio con l’album “Una cosa simile non te la sei neanche mai sognata” (Cat Sound, 1999), ma per la musica dei Regina Mab il nuovo millennio ha portato momenti di notevole cambiamento. Durante le registrazioni per quella che sarebbe dovuta diventare la seconda prova in studio del gruppo veronese, l’allora bassista decise di mollare il colpo e i compagni non si sentirono emotivamente preparati a sostituirlo in modo celere. Quella che poteva inizialmente sembrare una situazione transitoria di empasse si è poi cristallizzata nel tempo e così la formazione che oggi possiamo ascoltare all’opera su questo album, l’autoprodotto “Rupert”, è sostanzialmente un quartetto rock voce-batteria e due chitarre - pronte ad intrecciarsi nella costruzione melodica della totalità dei brani - e, quindi, privo in toto dell’apporto ritmico del basso.

Oltre alla rivoluzione della formazione originale, i Regina Mab hanno anche attraversato una maturazione a livello compositivo e musicale. I testi, ad opera del cantante Franco Manzini, ricercano una ragione di fondo nel contatto-scontro con l’attualità del quotidiano sociale: a tratti, l’introspezione che ricorre nei diversi brani sembra richiamare lo stile ed i temi cari a Giulio “Estremo” Casale degli Estra, anche se i risultati sono, al confronto, quantomeno alterni. Intanto, mentre Alberto Franchini svolge un doppio lavoro dietro i tamburi, le chitarre di Gabriele Giuliani (anche nei Lulù Elettrica) e Nicola Tonin danno all’album una precisa direzione verso un rock più maturo rispetto all’esordio, e capace anche si sfociare in brani ascoltabili e radiofonici senza per questo essere banali.

La nota sicuramente più positiva di “Rupert” consiste nell’abile intreccio musicale che i due chitarristi riescono a creare, a partire dall’iniziale “Il bene”, come nelle riuscite ballate “Billie” e “Eden breakfast party”, quest’ultima, in particolare, molto interessante nel gioco di break e riprese operato da Giuliani e Tonin. Anche i due pezzi strumentali dell’album - scritti con il teatro in mente - riescono, pur nella loro brevità, a rappresentare delle oasi musicali in un lavoro che fa dell’entusiasmo sonoro il proprio vanto. Traspaiono così da questi solchi lo slancio sincero dei musicisti, la loro voglia di suonare, anche e soprattutto a discapito delle storture e delle difficoltà incontrate a livello discografico, che li hanno costretti ad optare per una “rilassata” autoproduzione, che non sempre, a dire il vero, ha sortito gli effetti sperati. E, difatti, la seconda parte di “Rupert” contiene alcuni brani che non colpiscono appieno, come “Maitre a penser” o l’esperimento di “Due”, entrambi appesantiti da un missaggio vocale a dir poco opaco che li rende statici e prevedibili.

Ma, necessità evidente di trovare un valido produttore a parte, la strada da battere nell’immediato futuro da parte dei Regina Mab sembra essere adeguatamente tracciata da questo “Rupert”, lavoro che fotografa un gruppo in movimento, lanciato in corsa come il protagonista della simpatica foto di copertina.


Rockit

“Rupert” (2003)

La Regina Mab è una minuscola fatina che suole saltellare sui nasi di coloro che dormono per aiutarli a sognare. Quattro ragazzi veronesi riprendono questo curioso personaggio, estratto da Romeo e Giulietta, per battezzare il proprio progetto musicale. I risultati dei loro sforzi sono contenuti in questo Rupert, terzo lavoro autoprodotto per una formazione che manda a memoria la lezione scritta sul grande manuale del rock. Radunando frammenti asportati dalla classicità stelle e strisce, i Regina Mab si impegnano a ricostruire un ambiente in costante tensione, depurato e smussato dalla tradizione cantautorale peninsulare. Se il gioco di alternanza tra melodie allungate e istinti primordiali talvolta riesce a diffondere istanti di grande coinvolgimento emotivo, troppo spesso i brani finiscono per impantanarsi in un revival pedissequo dell'hard-rock anni '70. A nulla valgono i tentativi di cercare vie di fuga attraverso una scrittura in italiano che a volte lascia la sensazione di soffocare senza riuscire ad esprimere completamente le potenzialità di cui dispone. I riferimenti sarebbero tanti, ma vale la pena far presente che i miei timpani hanno riportato in circolo il ricordo di un gruppo chiamato Unarazza, forse qualcuno ancora lo ricorda. Comunque, l'ascolto prolungato mi convince che i Regina Mab hanno doti tecniche di prim'ordine e capacità compositive non sempre all'altezza, dimostrandosi un gruppo capace di articolare ballate ruvide, incalzanti e immediate, ma assolutamente prive del dono dell'originalità. E' proprio la cronica mancanza di fantasia a trasformare le canzoni in monoliti obsoleti, che cercano rifugio in un incostante vocalismo animalesco, in grado anche di sussurare con calore nelle pieghe di una musica che non cambia mai il passo con decisione.

Un lavoro che ricade nel "senza infamia, senza lode": gradevole e ben realizzato, ma afflitto da una banalità che difficilmente lo renderà durevole.


Rockon

“Rupert” (2003)

Piacevole, anche se a tratti un po’ ripetitivo ed astruso nei testi.

Ecco in due parole come si può riassumere l’ultimo lavoro dei veronesi Regina Mab, alla seconda fatica dopo i primo cd prodotto dalla Cat Sound.

Il quartetto scaligero nel suo “Rupert”, undici brani autoprodotti e registrati in maniera domestica con l’ausilio di un multitraccia digitale, dà libero sfogo alla sua fantasia musicale che trae a piene mani dal panorama musicale rock d’oltreoceano ma che non dimentica la tradizione cantautorale nostrana.

Il tutto dà vita ad un insieme gradevole, vagamente ispirato ai primi Delta V ed agli emergenti Quintorigo. Ma se il repertorio musicale è vario e accettabile, molto meno originale e talentuoso è quello testuale. Intendiamoci, le intuizioni non mancano, come ne “Il Bene”, “Radio Mosca trasmette Classica” e la title track “Rupert”, ma a volte l’impressione è che la ricerca esaperata dell’originalità espressiva faccia perdere la bussola ai nostri, come in “Billie (…Sei un suono giallognolo di tinte cremisi ???!!!).

Di buon livello, invece, le due strumentali Sornatonerefolz e Ouzo, che chiude il cd, così come da ascoltare con attenzione “Maitre a penser” (…per non aver niente da credere, ho creduto a tutto…) e la vibrante Stato Estatico Catartico (…perché voler vincere è noioso e banale e farsi sconfiggere è davvero speciale…), impreziosite entrambe dall’amichevole partecipazione di Paolo Campagnola e Giordano Sartoretti (Escape).

Giudizio, quindi, sospeso per i Regina Mab, aspettando con ansia di sapere se in futuro si confermeranno sui livelli raggiunti in questi ultime due brani citati, oppure se sono quelli , ancora immaturi, del resto del cd.

A loro, ed a voi, l’ardua sentenza…


Musicheart

“Rupert” (2003)

I Regina Mab riflettono sulla vita, raccontano storie d’ amori e falsità, ricordano momenti del loro passato ed ogni loro pensiero è trascinato da suggestive atmosfere create dal rock melodico da loro proposto. Riff energici sorretti da muri di chitarre distorte e melodie malinconiche che si amalgamano insieme creando ciò che è “Rupert”: violente schegge hard rock che camminano assieme, mano nella mano, con ballate pulite e suadenti. Rupert sa essere sia impetuoso che dolce; enfatico e pesante nel suo fragore isterico, ed allo stesso tempo equilibrato nelle sue note più raffinate e calde. Un viaggio su due binari paralleli: uno diretto verso suoni angoscianti e delicati, e l’ altro verso altri più potenti, ma che conducono alla stessa stazione d’ arrivo: Verona, casa dei Regina Mab.


Livepoint

“Rupert” (2003)

A distanza di quattro anni da ‘Una cosa simile non te la sei neanche mai sognata’, i Regina Mab tornano con un nuovo disco dal titolo ‘Rupert’. Se ne è parlato per un po’, si sono visti strani messaggi del tipo ‘Sta arrivando Rupert’, e finalmente eccolo arrivato. Indubbiamente i nostri segnano un lungo passo avanti rispetto al precedente, avvicinandosi al ‘rock d’autore’, che mescola le caratteristiche rock dei musicisti (Nicola Tonin – chitarra, Gabriele Giuliani – chitarra, Alberto Franchini – batteria) e la verve poetica del cantante (Franco Manzini).

Un balzo in avanti perché se con il primo album alcune idee suonavano decisamente confuse, in bilico tra varie sfaccettature, ‘Rupert’ si rivolge in particolar modo al rock, più diretto ma non per questo scontato. Sono le chitarre a farla da padrona, cercando e anche riuscendo a dribblare l’assenza del basso; il tutto suona infatti enfatizzato sulle frequenze basse, con chitarra a dettare il tema e l’altra a gestire il controcanto in maniera brillante, giocando su sonorità ricercate e ritmiche sofisticate, mai troppo cervellotiche. A fare la differenza sono poi testi ispirati, che non sfigurerebbero su una base più marcatamente cantautorale. Il cd, ascoltato nel complesso tocca entrambe le facce del genere di riferimento, avvicinandosi a lembi più ruvidi e grezzi (‘Il bene’, ‘Rupert’, ‘Minifax’) e capitoli più composti; i meglio riusciti di questo secondo aspetto sono ‘Billie’ e la ballata ‘Eden breakfast party’. Gli altri brani inclusi al cd che si avvicinano più a una o all’altra caratteristica sono ‘Statoestatocatartico’ (più classica nell’andamento), ‘Maitre a penser’ (una sorta di reading dal mood strascicato con successiva esplosione finale), ‘Il due’ (tra sonorità lisergiche e intermezzi rock ) e ‘Radio Mosca trasmette classica’ (altra ballata). Nel disco trovano spazio anche due brani strumentali: ‘Sornatorelfolz - musica per il teatro atto I’ e ‘Ouzo - musica per il teatro atto II’, due esperimenti per una colonna sonora teatrale.

‘Rupert’, in definitiva, suona compatto e mette in mostra una band più matura e in grado di mettere insieme un disco che rappresenta l’idea musicale di partenza. Sono poche le perplessità che rimangono al termine dell’ascolto, perplessità che affiorano episodicamente, causate da alcune forzature: la voce – in alcuni casi un po’ troppo stiracchiata, vedi ‘Maitre a penser’ e ‘Il due’ – e la tromba di ‘Il due’ che scandisce il finale, risultando poco amalgamata all’impianto generale, quasi fosse stata ‘incollata’ sopra a forza (tromba che invece funziona in ‘Maitre a penser’).

Sicuramente il brano che meglio sintetizza il lavoro è ‘Il bene’, che si impone a forza come possibile singolo radiofonico, data la potenza rock dei riff di chitarra e i tratti acidi e per certi versi ‘incazzati’ del testo, capace di porre un nuovo tassello a favore dell’italiano quale lingua che non sfigura di fronte l’inglese che i più vorrebbero come lingua rock a tutti i costi.


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